Memorie di una Guerra

Una delle mie più grandi passioni.

GUERRA IERI E OGGI

Daniele Bodei

5/8/20244 min read

La Prima Guerra Mondiale è ormai finita da più di cent’anni. Chiusa, sepolta e dimenticata. Anche nelle scuole viene tralasciata o spiegata a grandi linee. Questo ovviamente non rende giustizia all’immensità dell’evento e alle enormi conseguenze a cui portò questo conflitto.

D’altronde se nel linguaggio comune è stata definita la “Grande Guerra” dev’esserci pure un motivo. Raramente critico, a volte mi limito ad osservare e analizzare i fatti, tenendo i miei pareri al sicuro, lontani dall’indignazione di massa e dalle esasperanti osservazioni alle quali il mondo dei social mi espone. A volte però sento il sento il bisogno di parlare!

Non approfondire questo periodo storico è un abominio! La Prima Guerra Mondiale infatti ci ha lasciato tante domande, tanti dubbi e tante situazioni che ancora oggi ammorbano la società in cui viviamo infelici e scontenti. Basti pensare che proprio a causa di questa grande mattanza, venne predisposto terreno fertile per le grandi dittature della prima metà del ‘900, le quali facendo leva su malcontenti e fantomatiche promesse non mantenute, rigettarono il mondo in un conflitto ben peggiore a distanza di pochissimi anni. Ancora nello stesso momento in cui scrivo, il popolo è diviso e "tifa" per una o per l'altra parte.

Insomma la Prima Guerra Mondiale causò un sacco di cambiamenti che ancora si fanno sentire. Dopo il crollo dei Grandi Imperi si ridisegnarono i confini e presero forma nuovi stati molto fragili che a oggi non sono ancora in grado di risolvere i loro problemi interni. Prendiamo come esempio l’instabilità nei Balcani oppure il continuo stato di tensione che pervade il Medio Oriente, dove i confini furono tracciati senza tener conto di etnie e religioni. Prese vita la Società delle Nazioni (antenata dell’attuale Onu) e molti Stati si indebitarono a fronte di un aumento di potere degli Stati Uniti con un conseguente “spostamento” degli equilibri finanziari. A tutto ciò va aggiunto il massacro di un’intera generazione, che qualcuno ebbe l’ardire di definire “generazione perduta”. Questi sono solo alcuni dei più eclatanti risvolti di un conflitto che non deve essere dimenticato. Non lo dico per retorica, ma per coerenza e cognizione di causa. Non si può far finta che dal ’14 al ’18 l’uomo abbia trascorso semplicemente un “periodo in guerra”, sarebbe riduttivo!

Da piccolo, fui abituato a concepire la montagna come un luogo di svago. Poi, con il passare degli anni, presi coscienza di ciò che i nostri monti nascondevano. Oggi non riesco più a fingere di non vedere o non sentire, perché ciò che non si individua ad occhio nudo si può benissimo percepire con il cuore. Le ferite sono ancora aperte e hanno la forma di crateri, trincee e caverne che ogni giorno, a distanza di tanto tempo, vomitano ancora ferro e ogni tanto fuoco. Una volta imparato ad ascoltare è naturale sentire le voci di chi passò prima di noi. Per questo mi chiedo come possiamo dimenticare tutto ciò!

Una notte mi ritrovai per caso ad ascoltare un vecchio recuperante, abbastanza famoso in verità, ma non mi sento di svelare il nome. Parlava guardando in basso, seduto di fronte al finestrone di vetro di un rifugio a più di 2000 metri di altezza. Dietro di lui, le distese glaciali che un tempo furono il suo “posto di lavoro”. Vicino aveva una bottiglia di grappa che stentava a svuotarsi. Con voce flebile scavava nella memoria in cerca di quei ricordi che avrebbero fatto sognare noi giovani. Casse di fucili, teleferiche nascoste dal ghiaccio, muli congelati, bombe, corpi e tanto altro. Non lo faceva per vantarsi, ma per lasciare qualcosa dentro di noi. Inutile dire che ci riuscì.

Sapete cosa sono i recuperanti, giusto? Quei signori che finite le guerre passano a raccogliere i rimasugli ferrosi per destinarli a vari utilizzi. Un tempo si faceva per mangiare, vendendo il metallo alle piccole industrie che il grande conflitto aveva impoverito di materie prime. Poi si iniziò a farlo per abitudine e infine per passione. Una passione che oggi può sfociare nel mero collezionismo o nella ricerca di una verità storica ancora da scoprire, anche se piccola e marginale. Io credo di continuare a raccogliere per il secondo motivo. Un po’ per quello e un po’ per me stesso forse. Ritrovo in quelle giornate di ricerca, un senso al mio vagare. Cerchiamo il ferro dei nostri nonni per scrivere sempre più sul libro della loro vita. Troviamo attimi dispersi di umanità, per i quali non c'è spazio sui tomi scolastici.

Noi recuperanti non siamo estinti e ogni giorno vaghiamo nei campi di battaglia come fantasmi in una società che non ci vede. Qualcuno di noi ha rispetto, altri non sanno neanche dove stia di casa. Ma tutti insieme siamo ancora e in qualche modo, un “esercito” di giovani e meno giovani.

Un giorno, lo ricordo come fosse ieri, trovai nascosti fra due rocce i resti di un piccolo “falò”. Tutto intorno rinvenni le ogive di fucile alle quali era stato rimosso il piombo. Piccoli involucri vuoti come gusci di bachi da seta. Era ciò che restava di un fuoco acceso da vecchi recuperanti. Sciolsero e portarono via il piombo per venderlo. Tracce vecchie di decine di anni, almeno 50, ma indelebili e incredibilmente chiare. Probabilmente di quei recuperanti, nessuno oggi vive ancora, ma rinvenire i segni del loro passaggio mi fece sentire come se avessi dato continuità a qualcosa. Ero fiero di essere lì per lo stesso motivo, 50 anni dopo.

Ancora oggi, ogni volta che devo partire e sollevo il mio zaino sferragliante, sento di farlo per me e per chi non c'è più. Soprattutto per quei ragazzi che spronati dalle grida dei loro superiori, ebbero il coraggio di oltrepassare il parapetto e lanciarsi contro un nemico imposto da "quelli che stavano in alto". Non lo fecero per cattiveria e neanche per volontà propria, però lo fecero. Consegnarono le loro vite senza chiedere nulla in cambio se non almeno la dignità di essere ricordati, non come eroi, ma come martiri di una guerra che li inghiottì rigettandone le ossa. Oggi non abbiamo idea di come fu davvero trovarsi là davanti alla Signora Morte, possiamo solo lontanamente immaginarlo. Ciò che dobbiamo obbligatoriamente sapere però, è che se non vogliamo che la storia si ripeta, bisogna combattere l'ignoranza. Perché solo un ignorante oserebbe scatenare nuovi conflitti, ben sapendo a cosa si andrebbe incontro.