L'ultima regina

Un racconto! Un vecchio cacciatore, una cane stagionato e la regina del bosco. Ancora una volta!

CACCIA E VITA MONTANA

Il Viandante Alpino

7/13/20268 min read

“Ciao Papà, noi staremo via una settimana. Si va in Austria a sciare per distendere un po’ i nervi”

Marco aveva già preparato la BMW carica. Sci, tute, valige…l’occorrente per portare la famiglia in montagna. Dietro sedevano il piccolo di 10 anni e la figlia grande di 14. Al posto del passeggero c’era la moglie, con lo sguardo fisso sullo schermo del cellulare. Tutti alzarono la mano e salutarono con un cenno il vecchio Osvaldo. Il padre di Marco.

La BMW uscì dal cancello e la famiglia “felice” sparì dopo la prima curva. Era già da qualche anno che le cose andavano bene. L’azienda di stampi messa in piedi da Marco rendeva tanto, abbastanza da fare una vita perennemente frenetica, fatta di contratti, bonifici, fornitori, consegne e mille impegni. Il figlio piccolo giocava a calcio, la ragazzina faceva danza classica e la moglie lavorava nell’amministrazione dell’azienda e si divideva fra aperitivi, fatture e post su instagram.

Una vita da "sogno”.

Osvaldo stette ancora un po’ fermo, seduto sulla sedia di vimini, guardando nella direzione dove ciò che restava della sua famiglia era appena sparito. Di fianco a lui, Pièr, un vecchio setter di 10 anni che ormai si ritrovava ad essere un cane da “giardino”, dopo una vita passata a solcare boschi e radure. Erano andati a caccia fino all’anno scorso, con i loro tempi è vero, ma non avevano mai mollato. Il carniere non era sicuramente quello di 5/6 anni fa, ma un paio di beccacce le avevano fatte nella scorsa stagione. Le emozioni avevano tenuto in vita i due. Osvaldo e Pièr. Dopo un paio di cadute l’anno precedente, Marco aveva vietato al padre di uscire a caccia, perché era “troppo vecchio”, ma lui aveva comunque pagato la licenza. Non voleva perdere il suo status di cacciatore, non dopo così tante “lune”. Aveva ormai 85 anni, e aveva sparato il primo colpo ad un uccellino da siepe quando ne aveva 7. Da allora, ogni anno, non aveva mai mancato di uscire a caccia, come il padre gli aveva insegnato.

Osvaldo e Pièr stavano lì seduti. In silenzio. Nessuno aveva il coraggio di guardare negli occhi l’altro. Tutti e due provavano la stessa identica emozione, ma avevano paura di rivedere nelle pupille dell’altro quel fuoco che li avrebbe di nuovo portati nel bosco, a loro rischio e pericolo. Il silenzio perdurava. Due vecchi indifferenti. Due cacciatori d’altri tempi.

La BMW volava verso l’Austria, dove la neve di Novembre aveva iniziato a scendere copiosa. La neve degli Ashtag, degli aperitivi in pista e delle tute da sci firmate. Una neve falsa, nata dal demonio che uccide la quiete delle montagne e intrappola lo spirito della libertà nelle briglie dei soldi e della moda. Il disastro dei nostri tempi. Marco parlava al telefono con il socio per una partita di stampi uscita male, la moglie scorreva i reel su instagram e i due figlioli con un tablet a testa perdevano il lume della ragione nelle pieghe di Tiktok. Fra Gameplay, scarpe nuove, filosofi “de noialtri” e un mare di spazzatura che fotteva i loro cervelli. Una macchina di zombi disinteressati.

Pièr cedette all'istinto e si voltò verso il suo compagno.

“Conosco quegli occhi amico mio. Non sei nato per stare qui seduto. Neanche io, ma ne non posso fare a meno. Se non fosse per le ossa non troppo buone, avrei ancora la gamba per rincorrerle. Sono arrivate sai? Ieri sera hanno mollato 4 fucilate al passo…dovevano essere quelle per forza”.

Il cuore di Osvaldo era un tamburo. Un fiume di emozioni e rimpianti. Sentiva il profumo dei pini, la forza dei faggi. Il rumore dei ruscelli E quel battito d’ali? Signore mio, quel battito d’ali se lo sognava di notte. Lo sentiva anche di giorno, mentre dava da bere all’orto. Lo sentiva in coda alle poste. Lo sentiva quando di fronte ai suoi occhi vedeva la vita vuota e superficiale del figlio. Un figlio che aveva sempre preferito i soldi alle emozioni. Non era cattivo per la carità, ma non capiva nulla di quello che il padre aveva tentato di trasmettergli.

“Sai cosa ti dico? Facciamo un giro veloce al solito posto. Domani sveglia presto. Ci sgranchiamo le gambe e torniamo per le 10:00. Nessuno saprà”.

Il vecchio Suzuki saltellava sulla strada sconnessa, Pièr seduto nel posto del passeggero guarda fuori dal finestrino. Non era più abituato a quelle mattine fredde di Novembre. Più che altro non avrebbe mai pensato di poterle rivivere ancora. Fermato il mezzo a bordo carreggiata, Osvaldo scese lentamente per assaporare ancora una volta il fresco tagliente delle mattine di caccia. Quell’aria elettrica che sveglierebbe anche i morti dal loro sonno se solo avessero la licenza.

Il cane scese al suo fianco, un po’ intorpidito, ma scodinzolando. Si sedette di fronte a lui aspettando, come mille volte aveva fatto negli anni precedenti, che il padrone gli mettesse al collo il campano.

“La beccaccia si caccia con il campano. Non voglio saperne di satellitari o trombette” – diceva sempre Osvaldo.

Una volta legato il collare, Pièr annusò nell’aria. Non ci credeva di essere di nuovo a caccia!

Osvaldo sfilò la sua doppietta Bernardelli dal fodero, se la mise a spalla e palpò nella tasca della giacca ormai sgualcita da anni di spine e avventure. Contò mentalmente le cartucce. 1-2-3…6 cartucce! Avanzeranno!

Un colpo di chiave. Chiuse la macchina e guardò Pièr dritto negli occhi.

“Dov’è Pier? Eh? Dov’è!?”

Il cane si incendiò. Iniziò a trotterellare avanti e indietro, pensando di avere ancora la sua giovane età e cercando quell’usta che tanto aveva bramato nel corso degli anni. Camminarono per un paio di ore, molto lenti. Cercarono nei soliti posti facili, senza troppo sperare di trovare qualcosa. Sentirono le prime fucilate.

“Questa è una beccaccia! Questo è il capanno in cima al monte! Devono essere arrivati i sasselli. Buon segno. Ancora due colpi? L’hanno sbagliata di sicuro!”

Ma per loro, il nulla! A forza di avanti e indietro, la mattina era ormai arrivata al termine prefissato. 9:30!

I due un po’ scoraggiati, ma felici, decisero di tagliare per una vecchia faggeta e recuperare la strada di casa. Non avevano visto un becco, ma erano ancora insieme. Sentivano le foglie scricchiolare sotto i loro passi, l’aria riempire i polmoni, i fringuelli passare sulle loro teste. Era tutto perfetto.

Marco era arrivato al bar in fondo alla pista. Aveva ordinato una Coca Zero per lui e un paio di succhi per i bambini. Il telefono gli dava 30 notifiche. Tutti problemi. Tutte robe di lavoro. La gente intorno si faceva foto, urlava, rideva e spendeva per i vari skipass.

#bellavita #montagna #scipassione #siviveunavoltasola

La musica era alta e le prime “dive” della domenica iniziavano a chiedere 200 fotografie con gli sci ai piedi. Gli aperitivi volavano e tutti per un giorno erano felici. Una felicità passeggera, che non lasciava niente se non il rimpianto di non essere abbastanza ricchi per fare quella vita tutti i giorni. Qualcuno addirittura aveva fatto un mutuo per restare lì una settimana intera. Al rientro avrebbe pianto dietro ad una pressa in fonderia, con il debito da pagare e il capo da sopportare. Essere ricchi per qualche giorno, valeva una vita di merda passata a chinare la testa di fronte a chi aveva più zeri sul conto.

Pièr era stanco. 10 anni non erano paglia. Non mangiava più i kilometri come quando era un cucciolone, ma ancora non mollava. Forse sarebbe stata l'ultima volta, se il figlio del suo padrone fosse venuto a conoscenza della loro avventura.

Ad un certo punto un odore. Un sottile e gradevole profumo. Pièr alzò la testa e rallentò un attimo. Era lei! Per forza doveva esserlo. A ridosso di un vecchio faggio schiantato, il setter si inchiodò. Immobile. Senza stile, ma immobile. Osvaldo non sentendo più il campano osservò in direzione dell’ultimo suono pervenuto e intravide una macchia bianca. Ferma.

“Vuoi vedere che..? Aspetta che vado vicino. Ma certo! Pièr è in ferma!”

Imbracciò la doppietta e con le mani tremanti inserì due vecchie cartucce. La richiuse con la delicatezza di un orafo e iniziò a gattonare verso il suo fedele amico. In un attimo, tutto era sparito. La vecchiaia, la fatica, la delusione di una vita ormai finita, la paura di un futuro spento. Era stato tutto cancellato in un attimo.

Pièr tremava, con gli occhi cercava Osvaldo che a piano sussurrava come un tempo.

“Bravo Pièr. Sono qua. Bravo”

Un minuto, divenne un’ora. Il silenzio era vero, aveva corpo in quei boschi misteriosi. I fringuelli erano fermi, i cacciatori non sparavano. Solo Pièr, Osvaldo e la regina.

Ad un certo punto…

“Papapapapapapapa”

Un batter d’ala sommesso, sfuggevole. Un volo candido fra due faggi più giovani, coperti da un fitto ammasso di rovi. Osvaldo l’aveva vista, ma i riflessi non erano più quelli di un tempo e lei era stata furba. Aveva scelto la via migliore per sottrarsi ai due cacciatori.

“Bravo Pièr! L’abbiamo vista! Vieni qui!”

Ma il cane non ne voleva sapere il cuore gli scoppiava e le energie gli erano miracolosamente tornate. Sapeva che la rimessa non era lontana. Anche Osvaldo lo sapeva. Come poteva privare il suo amico di altri 20 minuti di vita?

I due iniziarono a salire sul costone scosceso che faceva da limite naturale al bosco di faggi. Quando le beccacce si alzavano da lì, andavano per forza a buttarsi a mezza costa. Poco più in alto. Alla seconda rimessa, sarebbe ridiscesa per poi chiudere il volo sempre a mezza costa, ma cento metri più avanti. Era una regina appena arrivata nel suo regno e i due compagni ne avevano viste molte cadere sotto la loro volontà. Le conoscevano fin troppo bene.

Osvaldo saliva, con il battito del cuore a mille, il collo gli esplodeva. Pièr uguale. Erano due vecchi che inseguivano una giovane dama. Si sentivano ridicoli, ma non abbastanza per mollare. Il sangue pompava nelle vene e i dolori si facevano sentire. Non importava.

Arrivato in una piccola radura incastonata fra le piante di carpino sul costone prescelto, Pièr inchiodò di nuovo. Era matematica. Lo sapevano tutti e due. Osvaldo arrivò vicino, cercò di asciugarsi il sudore, ma la diavola partì inaspettatamente. Salì nell’unico punto in cui il volo le sarebbe stato agevole e…TUM TUM!

“Porta Pièr, porta!”

La voce era rotta dal singhiozzare commosso. Gli occhi di tutti e due erano lucidi. Pièr sentiva il sangue e il selvatico riempire la sua bocca stanca. La regina era caduta dal trono. Un’altra volta.

Il cielo era grigio, l’aria fredda. Osvaldo seduto su una pietra aspettava Pièr a braccia larghe, quasi a volerlo abbracciare. Il cane si alzò sulle zampe posteriori e si poggiò sul petto del padrone. Lasciò la beccaccia nelle mani del vecchio. Si guardarono felici. Sfiniti.

Quegli occhi tondi e scuri avevano smesso di vivere. Il becco era immobile. Le ali sbattevano a vuoto. Osvaldo iniziò a respirare molto veloce. Un piccolo dolore gli toccò la punta della spalla. Si allentò la cinghia dello zainetto e lascò cascare il fucile su un lato. Aveva bisogno di aria.

Marco era a pranzo nel ristorante del suo Hotel, con i figli impegnati a scorrere i soliti reel su Tiktok, mentre la moglie discuteva di un nuovo paio di scarpe che aveva visto in un negozietto del centro. Costavano 120€ in più rispetto a quelle viste su internet, ma non poteva rischiare di aspettare così tanto. L’indomani le avrebbe comprate. Il titolare dell’Hotel spiava da un angolo della sala gremita. Pensava a quanti ne stava fregando. Vendeva vino a 10€ al calice e lui pagava 3 € la bottiglia. Era felice perché guadagnava tanto solo con il vino. Marco stava messaggiando con il suo socio perché un operaio aveva dato mutua per il giorno dopo e la spedizione dei nuovi stampi sarebbe arrivata in ritardo. Il cellulare iniziò a vibrare. Il numero di Aldo, il vicino di casa del padre.

“Mi vorrà di nuovo dare un cesto di pomodori e cetrioli. Non capisce che noi non mangiamo quella roba lì. Pronto?…”

“Ciao Marco, dove sei? Devo dirti una cosa…”

Dopo un giorno, Pièr era ancora lì. Aveva sete e fame. Ma non avrebbe abbandonato Osvaldo, per nessun motivo al mondo. La beccaccia era ormai rigida. Fredda. Gli occhi le si erano svuotati. Osvaldo era ancora seduto sulla pietra. Lo zaino per terra. Il fucile pure. La schiena era posata contro un carpino e la sua posa era naturale. Anche i suoi occhi erano vuoti e grigi.

Lo avevano trovato così. Con la beccaccia stretta fra le mani. La macchina ferma da un giorno aveva fatto pensar male i cacciatori della zona che conoscevano quel vecchio. Prendeva una beccaccia all’anno, ma era simpatico. Ne aveva da raccontare! Avevano liberato i cani per cercare lui invece delle beccacce e avevano trovato ciò che sospettavano.

Pièr si lasciò avvicinare. Era sfinito. Venne portato via da un giovanotto che aveva già altri 3 setter e conoscendo il figlio di Osvaldo sapeva che l’unico suo destino sarebbe stato il canile. Pièr si fece guinzagliare e si fermò un attimo. Si voltò verso il suo amico. Erano stati a caccia ancora una volta. L’ultima.

Avevano messo nel sacco ancora una beccaccia.

L’ultima.

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