Lo scarpone sotto l'abete

Addentratomi in una fitta macchia di abeti a ridosso di una trincea, scopro uno di quei pezzi che svoltano la giornata. Uno scarpone appartenuto ad un soldato durante la Prima Guerra Mondiale!

GUERRA IERI E OGGI

3/23/20265 min read

Qualche giorno fa insieme al socio Alessandro siamo saliti su una vecchia cima che durante la Grande Guerra ospitò i nostri giovani soldati. Prati punteggiati da macchie di abeti rossi e solcati da trincee.

Ecco come è andata!

"Un cielo strano, nessuno in giro, fiocchi di neve che cadono lenti. Siamo a Marzo, ma la montagna regala sempre spettacoli inaspettati. Il silenzio è sottile, nell'aria però vola un'ombra pesante. Sentiamo che qualcosa ci sta aspettando e iniziamo subito a percorrere quelle che un tempo, erano strade carrozzabili e oggi traspaiono leggermente come sentieri appena accennati. Permettevano lo spostamento di truppe, munizioni e cannoni. Piazzole di artiglieria, cucine da campo, spiazzi per il montaggio delle tende. Ciò che vediamo intorno a noi è un vero e proprio villaggio militare.

Coperta da un abete piccolo e deforme, scorgiamo subito la buca adibita a discarica. Qualcuno ha già scavato e lasciato tutti i pezzi di ferro in giro. Sappiamo bene che non si fa, perché il rispetto dell'ambiente e della storia devono viaggiare sugli stessi binari. Inoltre non è giusto distruggere ciò che per qualcuno potrebbe essere uno stimolo visivo e sensoriale. Mi spiego meglio...una discarica non è altro che la fossa rifiuti dei nostri soldati. Quello che per loro era "sporco", per noi è oro. Il fascino di una "discarica" ancora intatta è molto forte perché lascia spazio all'immaginazione.

"Cosa conterrà?"

Resti che testimoniano la difficoltà di una vita passata a stretto contatto con la morte e la montagna. Resti delle loro esistenze. Assassinare il terreno e non degnarsi almeno di sistemare è un crimine!

Proseguiamo la nostra ricerca e decido istintivamente di infilarmi sotto un bellissimo abete che fa ombra ad un piano baracca appena accennato. Un segnale ferroso mi riporta subito con la testa al presente. Scosto il primo strato di Humus e ciò che vedono i miei occhi, ripaga l'intera camminata. Basta poca forza per riportare alla luce uno dei ritrovamenti ai quali tanti vorrebbero assistere almeno una volta nella vita. Uno scarpone italiano! Ma non uno scarpone normale, bensì modificato togliendo i gambetti e lo sperone, al fine di trasformarlo in una ciabatta! Un pezzo fantastico!

La neve si è fermata, il silenzio ha lasciato il posto alle loro voci e ai loro passi. In un attimo si è gelato il tempo. L'orologio inizia a funzionare al contrario e pian piano torno nella loro epoca. Li vedo intorno a me, stanchi e sporchi. Finiti dalla vita militare. Li sento parlottare, imprecare e urlare. Non mi vedono, ma io vedo loro. Posso immagazzinare l'atmosfera amara che come gas fuoriesce da quelle trincee che non sono più sporche e invase dalla vegetazione, ma pulite e ordinate. Attive. Questo malinconico sentore, è ciò che vado cercando perché mi aiuta a realizzare quanto effettivamente io sia felice e fortunato nel mio presente!"

Sono emozionato. Più ci penso e più mi sale l'adrenalina. Uno scarpone è molto importante. Un'oggetto estremamente personale e raramente abbandonato volontariamente dai soldati durante la Grande Guerra. Dietro a queste calzature ovviamente c'è una storia e visto che siamo qua non vedo perché non dovrei raccontarvela!

All’inizio del Novecento l’equipaggiamento del soldato italiano prevedeva diverse tipologie di calzature, pensate per adattarsi alle differenti esigenze operative dell’esercito. Il Regio Esercito disponeva infatti sia di scarponi destinati alle operazioni militari sia di calzature più leggere da utilizzare nei momenti di riposo o durante il servizio in tempo di pace.

Gli scarponi operativi erano suddivisi in più modelli a seconda della specialità. Per i reparti appiedati era previsto lo scarpone con gambaletto alto, progettato per permettere ai soldati di infilare i pantaloni all’interno della calzatura e garantire maggiore protezione. Era realizzato in pelle di vitello o vacchetta e presentava una struttura robusta, pensata per lunghe marce.

Le truppe da montagna, invece, utilizzavano scarponi specifici con tomaia in cuoio rinforzato e suola fortemente chiodata, soluzione che migliorava la presa su neve e terreni scoscesi. Questo tipo di calzatura anticipava alcune caratteristiche degli scarponi alpinistici moderni.

Per le armi a cavallo e i bersaglieri ciclisti esisteva un terzo modello, con allacciatura a occhielli e chiodatura più leggera, studiato per garantire mobilità durante l’equitazione o la pedalata. In seguito questi scarponi vennero tinti di nero per uniformarsi ai gambali indossati dalla cavalleria.

Accanto a queste calzature operative esistevano anche gli scarponcini da riposo, più leggeri e dotati di gambaletto in tela di canapa. Erano utilizzati soprattutto durante la vita di caserma o nei periodi di pace, quando non era necessario indossare equipaggiamenti pesanti.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1915 emersero rapidamente i limiti di questo sistema. Le scarpe da riposo si rivelarono inutili in un conflitto combattuto quasi sempre in condizioni difficili, mentre gli scarponi standard delle truppe a piedi non erano abbastanza resistenti per affrontare i terreni montuosi del fronte alpino.

Per questo motivo lo Stato Maggiore decise di ritirare le calzature da riposo e di sostituirle con un secondo paio di scarponi più robusti: il modello 1912, originariamente progettato per le truppe da montagna.

Un altro problema riguardava la logistica. La presenza di troppi modelli diversi rendeva complicato rifornire i magazzini con tutte le misure e varianti necessarie. Alcuni tipi di scarponi venivano richiesti molto più di altri, causando carenze operative, mentre altri restavano inutilizzati nei depositi.

Nel 1916 venne quindi presa una decisione importante: adottare il modello 1912 per quasi tutte le specialità dell’esercito, differenziando soltanto il tipo di chiodatura della suola a seconda dell’impiego. Gli scarponi erano alti sopra la caviglia, realizzati in pelle scamosciata rinforzata con inserti in cuoio e chiusi tramite occhielli e ganci con lacci in cuoio. Prima dell’uso dovevano essere trattati con grasso e crema impermeabilizzante per renderli più morbidi e resistenti all’umidità.

L’adozione del nuovo scarpone comportò anche una modifica nell’uniforme. Il gambale del modello 1912 non era abbastanza alto per contenere il pantalone come accadeva con il precedente modello 1909. Per risolvere il problema vennero introdotte le fasce mollettiere, lunghe strisce di panno dello stesso colore della divisa che venivano avvolte attorno alla parte bassa della gamba per fissare il pantalone allo scarpone.

Questa soluzione era già diffusa in molti eserciti europei, tra cui quello britannico e francese, ma non fu priva di inconvenienti. Le fasce, infatti, quando si bagnavano tendevano a stringere eccessivamente i polpacci, ostacolando la circolazione sanguigna e causando notevole disagio durante le lunghe permanenze in trincea.

Le condizioni di guerra portarono anche alla diffusione di una patologia molto comune tra i soldati: il cosiddetto “piede da trincea”. Questa malattia era causata dall’esposizione prolungata a freddo e umidità, tipica delle trincee della Prima guerra mondiale.

Gli scarponi di cuoio, soprattutto se bagnati, trattenevano l’umidità all’interno, mentre la compressione provocata dalle fasce mollettiere peggiorava la circolazione. Tutto ciò favoriva l’insorgere di infezioni, gonfiore e nei casi più gravi necrosi dei tessuti. Problemi simili colpirono milioni di soldati su tutti i fronti del conflitto.

Avete visto quante storia dietro una "semplice ciabatta"?