Le pattuglie a piedi nella Grande Guerra
Un gruppo di pochi, importanti per molti!
GUERRA IERI E OGGI
6/2/20264 min read


Quando la notte scendeva sul fronte italiano, tra le pietraie tormentate del Carso, lungo le linee fangose che costeggiavano il Piave e sulle vette della nostra Patria, la guerra dei grandi numeri e delle artiglierie si fermava per lasciare spazio a un conflitto fatto di respiri trattenuti e passi felpati. Se di giorno il paesaggio appariva immobile, congelato nel dramma della trincea, col sopraggiungere dell'oscurità la terra di nessuno si popolava di ombre guardinghe, uomini scelti che scavalcavano il parapetto per inoltrarsi nel vuoto assoluto. Erano le pattuglie da ricognizione appiedate, i veri tentacoli dei comandi tattici, soldati, anche volontari, inviati oltre le linee non per ingaggiare battaglia ma per strappare segreti alla notte. In un’epoca in cui la tecnologia muoveva i primi passi nel cielo con i biplani da osservazione, l’occhio umano a livello del suolo rimaneva insostituibile perché solo un uomo strisciante tra i reticolati poteva accertare se il filo spinato fosse stato effettivamente reciso dai bombardamenti o se dietro un apparente silenzio si nascondesse il respiro di una nuova mitragliatrice nemica, pronta a falciare chiunque si trovasse dietro il mirino.
Nelle prime fasi del conflitto questo compito gravoso e psicologicamente devastante spettava ai normali soldati di fanteria o ai cavalieri appiedati, gettati nell'oscurità con scarso addestramento specifico, ma con il cronicizzarsi della guerra di posizione emerse la necessità assoluta di professionisti del buio. Nacquero così gli esploratori e successivamente i reparti d’assalto degli Arditi, uomini selezionati per un misto di audacia, agilità e straordinario sangue freddo, in battaglia, come in ricognizione. Prima di muoversi l'esploratore compiva un rituale metodico di spoliazione e preparazione in cui ogni oggetto metallico o rumoroso veniva eliminato o modificato con cura quasi maniacale. Le borracce venivano foderate di panno spesso per evitare il ciondolo contro le giberne, le baionette venivano bloccate nei loro foderi con strisce di spago o tela, e gli stessi elmetti metallici venivano spalmati di fango o ricoperti con sacchi di juta per impedire che il riflesso improvviso di un razzo illuminante ne svelasse la sagoma ai cecchini appostati sull'altro versante. Finanche le monete in tasca o le piastrine venivano assicurate affinché nulla potesse tradire la presenza della pattuglia che si muoveva come un unico organismo collettivo nel labirinto della notte.
L'avanzata nella terra di nessuno era un esercizio di pazienza logorante che poteva richiedere ore per percorrere poche decine di metri in quanto ogni passo doveva essere calcolato con precisione millimetrica. Sul Carso la roccia calcarea era un nemico spietato che amplificava ogni minimo rumore di pietra mossa, costringendo gli uomini a strisciare sui gomiti e sulle ginocchia, avanzando solo in coincidenza con i colpi isolati dell'artiglieria o quando le raffiche di vento coprivano il fruscio dei loro corpi sul terreno. L'arma principale di queste pattuglie non era il lungo e d'intralcio fucile d'ordinanza ma il pugnale. Questi soldati muovevano i loro passi muniti anche pinze taglia-retcolati. Arrivare a ridosso delle difese austro-ungariche significava lavorare nel buio più fitto, recidendo un filo di ferro alla volta, tenendo l'estremità con le dita per evitare lo schiocco metallico del taglio che avrebbe scatenato l'inferno delle armi automatiche a tiro incrociato.
Il culmine di queste missioni notturne era il temuto colpo di mano, un'azione fulminea tesa alla cattura della cosiddetta "lingua", ovvero un prigioniero nemico da trascinare vivo dietro le proprie linee. Non si trattava di una dimostrazione di forza ma di una disperata ricerca di informazioni, poiché solo un prigioniero fresco poteva rivelare se il reparto avversario fosse in procinto di dare il cambio, se il morale nelle trincee nemiche stesse crollando o se stessero accumulando munizioni per un'imminente offensiva strategica. La pattuglia attendeva il momento di massima stanchezza delle sentinelle per piombare silenziosamente nel camminamento nemico, neutralizzare i presenti senza sparare un colpo e iniziare la drammatica ritirata trasportando di peso l'ostaggio. Se si veniva scoperti, tutto ciò avveniva mentre i razzi illuminanti cominciavano a tingere a giorno il cielo, trasformando la ritirata in una letale corsa contro il tempo e contro il fuoco di sbarramento.
Se la pianura e le zone carsiche mettevano a dura prova i nervi, la ricognizione appiedata assumeva sfumature epiche e spaventose sulle vette della guerra verticale, lungo i massicci dell'Ortles, dell'Adamello e delle Dolomiti. Qui gli Alpini e i loro omologhi austriaci si muovevano su pareti di roccia verticali e ghiacciai perenni dove il pericolo non era rappresentato soltanto dal piombo nemico ma dalle insidie di una natura ostile che non perdonava il minimo errore. Le pattuglie d'alta quota calzavano i ramponi e si legavano in cordata nel cuore della notte per esplorare creste affilate battute dal vento gelido, muovendosi nel silenzio siderale delle vette per localizzare gli avamposti nemici scavati nel ghiaccio. Spesso il loro compito più drammatico consisteva nell'accostare l'orecchio direttamente alla viva roccia della montagna per ascoltare i sordi rumori di scavo provenienti dalle viscere della terra, indizio inequivocabile che i genieri nemici stavano perforando la montagna per piazzare una mina sotto le posizioni italiane, legando così la sopravvivenza di un intero presidio alla capacità degli esploratori di percepire quel battito sotterraneo prima che fosse troppo tardi. All'alba quando la luce del sole tornava a illuminare le cime e i fanti nelle retrovie si svegliavano nei loro baraccamenti, gli esploratori facevano ritorno alle proprie linee logorati dal freddo e dalla tensione, con le mani piagate dal gelo o tagliate dal filo spinato ma custodi di quei dettagli minimi che avrebbero guidato le decisioni dei generali e modificato il corso della storia sui tavoli dove venivano ridisegnate le sorti del conflitto.