La guerra fa "bene" al debito pubblico

Ecco come negli anni il nostro debito pubblico ha scalato le "classifiche" grazie alla guerra.

GRANDE GUERRA

3/6/20265 min read

La Grande Guerra fu per l'Italia un duro colpo. Si combatté anche sul nostro patrio suolo e causò, come risaputo, una marea di danni a qualsiasi aspetto della vita del nostro bel paese.

Tralasciando il disastro umano che ancora pesa sulle coscienze di molti, direi di prendere in considerazione per una volta le mere questioni economiche. La guerra infatti, portò il nostro debito pubblico alle stelle, dando inizio a quell'incredibile salita che oggi lo ha catapultato ad un livello da capogiro. Non saprei neanche dirvi da quanti zeri sia composto, tanto per darvi un'idea.

Giolittì seppe rinfacciare tutto questo "dispendio" a quelli che poco prima del conflitto si dedicarono ad una convincente propaganda interventista. Finita la Grande Guerra, produsse un discorso memorabile, una mega "frecciatina" a quelli che egli ritenne essere i principali colpevoli del nostro disastro.

Vediamo insieme un attimo le sue parole:

12 Ottobre 1919.

Discorso di Dronero.

«Nel campo economico le perdite da ricordare sono in primo luogo, il valore economico delle vittime della guerra; valutando anche a solo lire mille il prodotto annuo del lavoro di un uomo nel pieno suo vigore, un milione di morti o inabilitati rappresenta per la nazione la perdita di un miliardo all’anno. Vengono in séguito i debiti verso l’estero, che ammontano a più di venti miliardi e che rappresentano un corrispondente impoverimento del Paese; il valore del materiale bellico consumato, armi, munizioni, vestiari, approvvigionamenti, automobili, cavalli, materiale sanitario ecc.; il valore degli impianti per industrie di guerra non utilizzabili per industrie di pace; le distruzioni nelle province invase dal nemico e nei paesi vicini al fronte di guerra; la distruzione di oltre la metà della marina mercantile; la rovina del materiale ferroviario; l’abbandono e la cattiva coltivazione di terre per mancanza di braccia; le perdite derivanti dal mancato lavoro di cinque milioni di uomini per quattro anni; la riduzione del patrimonio zootecnico a circa la metà; la grande diminuzione del patrimonio forestale; la scomparsa quasi totale di importazione d’oro da parte dei forestieri ed emigranti; il disastroso rialzo del costo della vita in conseguenza della mancata produzione e della svalutazione della moneta.

Non è possibile valutare neanche approssimativamente la somma che tali danni rappresentano.

Un danno invece che si può con esattezza calcolare è quello della finanza dello Stato. Secondo l’esposizione fatta alla Camera dei deputati il 10 luglio del corrente anno dal ministro del Tesoro, i debiti contratti per la guerra, a tutto il 31 maggio 1919, ammontano a 64.166 milioni; a questi saranno da aggiungere 8378 milioni per le spese di guerra del corrente esercizio 1919-20, alle quali il ministro del Tesoro prevede doversi far fronte con debiti; e saranno da aggiungere ancora sei miliardi di debiti che il Governo prevede di dover contrarre all’estero per gli approvvigionamenti nel corrente esercizio, come dirò più innanzi. Così nei dodici mesi dal 1º luglio 1919 al 30 giugno 1920, cioè in un esercizio finanziario cominciato sette mesi dopo la firma dell’armistizio, noi dobbiamo ancora fare 17.000 milioni di debiti. Il debito contratto per la guerra salirà quindi alla fine dell’esercizio corrente a circa 81 miliardi, ai quali si aggiungeranno poi, negli esercizi seguenti, i debiti che si dovessero contrarre per coprire i disavanzi finché si sia raggiunto il pareggio del bilancio. Calcoliamo tuttavia come se quella cifra fosse definitiva. Prima della guerra il nostro debito pubblico era di circa 13 miliardi: dunque, l’Italia alla fine del corrente esercizio dovrà contare sopra 94 miliardi di debito. Una semplice considerazione basta a far comprendere l’enormità di tale onere. Il debito di 13 miliardi anteriore alla guerra comprendeva i debiti lasciati dai governi che esistevano in Italia prima del 1860, e tutti i debiti contratti dal Regno d’Italia dal 1860 al 1914: per l’impianto del nuovo Stato italiano, per le guerre del 1866, dell’Eritrea, della Libia, per costruire ferrovie e altre opere pubbliche, e per coprire i disavanzi di quei cinquantaquattro anni. Quest’ultima guerra da sola lascia un debito oltre sei volte superiore alla somma dei debiti accumulati in un secolo da tutti i governi d’Italia.»

Così concluse il suo discorso il buon vecchio Giolitti. Rappresentò in pochi minuti una situazione rovinosa, nella quale l'Italia si era gettata, senza il minimo risentimento. Da quel giorno ad oggi, il debito pubblico Italiano, ha subito un'altra grande serie di colpi, uno dei quali è stato sicuramente la Seconda Guerra Mondiale. Ad oggi il tutto ammonta alla mirabolante cifra di tremila miliardi di euro. Lo scrivo a parole, perché non saprei veramente quanti zeri metterci!

La cosa assurda è che le guerre portano spese e crisi economico-finanziarie anche se non vengono combattute. Soprattutto nel 2026, grazie all'interdipendenza e alla globalizzazione, tutti i paesi in qualche modo si sorreggono l'uno con l'altro, chi più e chi meno. Per questo la situazione di conflitto in Iran ci lascerà nuovamente in braghe di tela e più poveri che mai. Come fosse una novità.

Questo conflitto non riguarda solo l’area mediorientale, le sue implicazioni si propagheranno all’economia globale, compresa quella italiana. Infatti è risaputo che siamo altamente dipendente dai mercati energetici internazionali e, come abbiamo già detto, il nostro caro debito pubblico è veramente molto elevato. Questo la rende particolarmente sensibile agli shock geopolitici che incidono sui prezzi dell’energia, sulla crescita economica e sui tassi di interesse.

Le attuali tensioni nel Golfo Persico, una delle principali aree di produzione e transito del petrolio mondiale possono portare a tante gravi conseguenze!

  • Aumento del prezzo del petrolio e del gas (speculazioni a parte)

  • Maggiori costi energetici per famiglie e imprese italiane

  • Aumento dell’inflazione interna

Cercherò di essere breve! Un incremento dei prezzi dell’energia riduce ovviamenteil nostro potere di acquistarle e tutto questo rallenta la crescita economica, spingendo il governo a intervenire con misure di sostegno, aumentando la spesa pubblica.
Di conseguenza una crescita economica debole va ad influire proprio sul famoso debito pubblico! Le imprese riducono investimenti e produzione, i consumi in generale rallentano e le entrate fiscali diminuiscono. Questo peggiora il rapporto debito/PIL, perché mentre il debito continua ad aumentare, il PIL cresce molto più lentamente. I mercati finanziari reagiscono sempre più negativamente all’instabilità geopolitica, cercando asset più sicuri. Ciò può provocare un aumento dello spread e un sacco di casini con la politica monetaria europea.
Se il conflitto dovesse espandersi e coinvolgere snodi strategici come lo Stretto di Hormuz, buona parte del petrolio mondiale potrebbe essere bloccato o rallentato. Un simile shock ci condurrebbe ad una crisi globale. Insomma avremmo i nostri bei problemi da sbrogliare. Nonostante sembri tutto perduto, un cuscinetto per non farci schiantare atterra ci sarebbe. Una gestione attenta del bilancio pubblico, politiche di diversificazione energetica e un coordinamento europeo sarebbero fondamentali per mitigare i rischi e mantenere la sostenibilità del debito nei prossimi anni.

Insomma le guerre non cambiano mai! Cambia forse il modo di combatterle, cambiano i rischi e i paesi coinvolti, ma il disastro fisico, economico e soprattutto umano, restano sempre gli stessi. Giolitti si stupì di quanto la nostra Italia avesse subito il contraccolpo del primo conflitto mondiale, analizzò i dati, raccolse le prove e si spese per riportare tutti con i piedi per terra. Un esempio di quel tipo di "politica" che oggi non esiste più.

Non è il mondo che sognavamo.