Il male ha un volto sul Pasubio

Un racconto inventato. Una breve storia di pazzia, avvolta nelle pagine di un evento fin troppo reale per essere dimenticato.

GUERRA IERI E OGGI

Il Viandante Alpino

7/2/20267 min read

Non faceva troppo freddo, si percepiva appena quell’aria fresca che portava con sé le prime avanguardie di un inverno gelido e di guerra. Un altro. Tutto era stato preparato, avevano passato i giorni precedenti a scavare un enorme antro sotto le postazioni austriache, ed era stato riempito con tonnellate di esplosivo. Chi diceva 10, chi 15 e chi ancora 30. Nessuno sapeva per certo, se non gli addetti ai lavori e i caporioni che febbrilmente percorrevano in su e in giù le gallerie che portavano ai centri nevralgici delle regie difese.

Tutto era tranquillo, surreale. Vittorio A*****i guardava fisso per terra, non faceva altro che fumare le poche sigarette che gli erano restate. Aveva un peso sullo stomaco. Sapeva cosa di lì a poco sarebbe accaduto e lui si sentiva impotente. Erano nemici, è vero, ma sarebbero morti tra le fiamme e i gas. Avrebbe voluto avvisarli, ma allo stesso tempo pensava ai suoi compagni di tre giorni prima. Quelli saltati sull’infame mina che gli austroungarici avevano avuto premura di preparare in anticipo rispetto agli italiani. In fondo era stata solo questione di tempismo.

“Se avessimo finito lo scavo prima noi, non sarebbero morti tutti quei poveri ragazzi!”

Diceva il prete.

Era un prete strano, fumava come un turco, beveva e bestemmiava ad ogni colpo di artiglieria che faceva tremare la sua tana. Diceva sempre che le bestemmie sul Pasubio erano solo inezie a confronto di quello che combinavano gli uomini fra le cime stondate di quelle montagne. Eppure riprendeva sempre Vittorio dopo ogni imprecazione.

Vittorio era un bresciano, uno di quelli cresciuti nei boschi tagliando legna con il papà. Era cacciatore e raccoglitore di funghi. Sorrideva durante quegli ultimi giorni di Settembre che avevano preceduto la mina. Era stato posto di sentinella su una postazione avanzata che guardava direttamente sul Dente austriaco e sulla sua testa sfilavano i primi tordi di passo. Aveva anche provato ad abbatterne uno, ma sparare a palla su un bersaglio grosso come un pugno a 40 metri di altezza non era così facile. Si era preso anche un bel rimprovero perché gli austriaci risposero a quel colpo di fucile non diretto a loro, con una scarica di mitragliatrice. Il capitano non sapeva più cosa fare con lui, ma in fondo gli stava simpatico.

“Avanti così e mi toccherà farti fucilare”

Lo diceva ridendo. Avrebbe avuto voglia anche lui di qualche tordo allo spiedo, ma la guerra stava salvando le povere bestiole, permettendogli di continuare in pace la migrazione. Vittorio bestemmiava. Tanto anche. Il prete diceva sempre che se ogni sua bestemmia fosse stato un colpo di artiglieria sparato sul Dente austriaco, la guerra in zona Pasubio sarebbe stata risolta in qualche giorno.

In fondo alla grotta ricovero dove solitamente alloggiava anche Vittorio, sdraiato sul letto alto del baldacchino in legno, sonnecchiava Nicola B*****i. Un giovane romagnolo, magro, pallido e senza troppa voglia di vivere a pieno la sua vita. Era timido, riservato e propenso a subire piuttosto che ad agire. Eppure era il migliore amico di Vittorio in quella bolgia di morte e piombo. Si erano conosciuti poco prima dell’ammassamento, in preparazione della loro salita fra le mughere del Pasubio. Vittorio si era avvicinato per minacciarlo in cambio di un paio di sigarette, ma vedendolo aveva provato tenerezza. Strano per un ragazzotto come lui, cresciuto fra scazzottate e morose di altri. Eppure quegli occhi erano tanto innocenti che spezzarono la sua durezza. Gli chiese comunque una sigaretta, ma lo fece presentandosi e stringendogli forte la mano. Da quel momento, la bestia e il timido divennero confidenti. Quasi amici. Sentivano la mancanza l’uno dell’altro durante i turni di guardia e si guardavano le spalle a vicenda.

Nicola aveva gli occhi socchiusi, ma anche lui sapeva. Di lì a poco, l’inferno avrebbe aperto una nuova porta e l’abisso avrebbe inghiottito altre anime innocenti o quasi. Era questione di minuti. La sua mente vagava, tra un libro di scuola e un amore non corrisposto, tra una messa della domenica e un pomeriggio passato ad ascoltare le storie di suo padre, ormai già vecchio e ridotto ad una copia sgranata del ragazzo sveglio e laborioso che era in gioventù. I suoi genitori lo avevano avuto tardi, a 50 anni, e Nicola era quindi il piccolo della famiglia. Nonché l’unico in età d’armi.

Vittorio e Nicola nonostante tutto, si sentivano inquieti, i loro compagni fumavano e si spidocchiavano come se nulla fosse, eppure l’aria era satura di male. Il prete, seduto in mezzo a quel triste quadro impressionista, preso da un'improvvisa fretta, si separò da tutti e si diresse verso la sua tana, scavata in una delle zone più solide del massiccio Dente italiano. Aveva gli occhi persi, la bocca serrata e il rosario in mano. Non aveva ancora bestemmiato oggi. Un miracolo!

Iniziò a pregare. Senza sosta. Anche lui “sapeva”, ma più degli altri. Era solo nella stanza. O meglio, non era con nessun essere mortale. Dopo qualche minuto passato nel silenzio più totale, Vittorio e Nicola iniziarono a cercarsi con lo sguardo. Stava per succedere qualcosa di enorme, ma l’aria si era fatta di colpo pesante e grigia, ancora prima del segnale. Prima del macello. Avevano notato il prete fuggire via. Il freddo si era fatto molto testardo e sempre più pungente, la pietra del loro ricovero, scavata con gelatina e compressori, disegnava simboli e volti disperati. Il bagliore delle lanterne ad olio iniziava a tremare e l’odore…! L’aria sapeva di ferro e marcio. Più del solito per lo meno!

Il prete caduto in ginocchio appena giunto nella sua “stanza”, pregava. Prima piano, poi sempre più agitato. Osannava. Implorava. Aveva avuto un incubo nella notte. Una macchia nera che cadeva sul Pasubio, un olio denso e mortale avvolgeva tutto e tutti. Seduto sulla roccia più alta del Dente avversario, spiccava un uomo vestito elegante, con la faccia rugosa e gli occhi neri. Un moschetto in una mano e nell’altra la testa di una persona.

I secondi passavano e le preghiere si facevano più frenetiche. Il freddo aumentava. Il silenzio era atroce, nessuno osava muovere un muscolo. Dal corridoio appena fuori dalla “canonica” improvvisata, d’un tratto si sentirono dei passi. Lenti, ma sicuri.

“Non può essere…non possiamo farlo”

I passi si avvicinavano, il prete pregava. Nella grotta di Nicola e Vittorio nessuno fiatava più, le sigarette erano appese alle labbra dei poveri soldati e bruciavano senza che nessuno tirasse più una sola boccata di fumo. Sembravano tutti imbalsamati. Tranne i due amici. Erano gli unici che avendo creato un forte legame, non avevano ancora perso la loro sensibilità al mondo che li circondava e sentivano che qualcosa non andava. Avvertivano delle tenebre. Gli altri, semplicemente subivano senza neanche rendersene conto. Si alzarono di scatto, insieme, sincronizzati. Si guardarono negli occhi e andarono dritti verso la zona che ospitava il povero prete, trasgredendo all’ordine di mantenere le loro posizioni e restare nei ricoveri. Mancavano 5 minuti al segnale.

Il servo di Dio continuava a pregare e i passi erano ormai giunti alle sue spalle. Si fermarono a pochi centimetri da lui. Il respiro di un essere che non aveva bisogno di aria, ma si ossigenava con la paura degli uomini, era puntato sul suo collo. Non osò alzare gli occhi il prete e una voce cadde come una lama sul suo collo. Era una voce di creatura, non di umano.

“Vedi cosa hanno fatto gli uomini, prete?...rispondimi! Sai chi sono vero?

“S-s-s-i…”

Nicola e Vittorio aumentarono il passo. Avevano la necessità di parlare con il cappellano, perché si sentivano sporchi dentro, ma allo stesso tempo qualcosa di più maligno li inquietava. Non sapevano cosa. I loro superiori nel frattempo, erano impegnati. Scrivevano, parlavano al telefono, mandavano messaggi con gli eliografi, davano ordini su ordini. Avevano perso la connessione con il presente, la loro umanità era offuscata e tutto girava attorno alle tonnellate di esplosivo che giacevano immobili nell’antro del Dente austriaco. Avevano già tappato la camera di scoppio e le micce per innescare l’esplosione erano già state srotolate.

“Allora vedi, prete, a cosa servono le tue preghiere? Sono qui dietro di te e rido del male che state compiendo. Un prete buttato in un massacro. Pretendono che tu ripulisca le loro anime, ma quelle sono già mie!”

“Vai via!”

“Devi dire il mio nome!”

“Vattene per Dio!”

“Dio non c’è qui. Ci sono solo io. Devi dire il mio nome, prete!”

Sul dente austriaco un’ombra era calata piano. Non nuvole. Non nebbia. Solo ombra fredda e triste. Le sentinelle avevano posato la borraccia di cognac e avevano iniziato a guardarsi attorno. Arrivavano zaffate di morte, odori pungenti di un luogo che sulla terra non esisteva.

“Sono tra queste montagne da quando la guerra è iniziata. A volte sto in divisa. Altre volte semplicemente governo le mani di quelli che mandano gli ordini. Mi obbediscono in nome di quello che tu nomini sempre hahaha”

“Vai via!”

“Non posso prete. Lo spettacolo inizia tra poco”

“Padre Nostro che sei nei cieli…”

“Lascia stare il tuo dio, si è dimenticato di voi e stanotte mi ha dato la possibilità di entrare nei tuoi sogni. Quella testa era la tua, prete! Sai cosa devi fare!”

Nicola e Vittorio ormai correvano, un caporale di ronda tentando di fermarli, li richiamò, ma erano come sordi. Nessuno avrebbe fermato la loro corsa. Non pensavano più a nulla. La testa non processava, il cervello era spento.

“Fallo prete!”

PUM!

I due amici arrivarono sulla soglia dell’antro scavato per il prete. Questi era riverso al suolo con la testa in frantumi, il rosario in una mano, la rivoltella nell’altra. In fianco a lui, stava in piedi un uomo. Rugoso, con gli occhi neri e un sorriso accennato. Non era umano. Non era morto. Era un sovrano. Il Maligno aveva costretto il prete a suicidarsi perché i peccati tra quelle montagne erano troppi per poter essere cancellati con qualche preghiera. La pazzia aveva preso il cappellano e lo aveva ucciso. L’uomo guardò negli occhi i due soldati e alzando una mano, portandola al livello del suo naso, disse:

“Voi due. Non vi ho ancora avuti. Almeno per ora. Avete tenuto duro. L’amicizia e il bene mi fanno ribrezzo e non posso operare su chi ancora prova sentimenti puri. Guardate il prete. E’ morto anche per voi. Troppo era il male qui attorno. Troppo anche per un uomo di fede. E voi…voi avete sentito il bisogno di confessarvi a lui, per un gesto che qualcun altro sta compiendo. Volevate lavarvi la coscienza perché sentite che sta arrivando la confusione. Attenderò di avervi. Quando la guerra si porterà via uno dei due, l’altro sarà mio. Entrerò nella sua testa, disegnerò nella sua mente. Lo farò impazzire come i vostri compagni. Come i vostri superiori. Per ora, il bene che vi volete non vi fa uscire di senno, ma sulle cime del Pasubio l’unico che vince davvero sono io. Qualcuno mi chiama “Maligno”, altri semplicemente “Pazzia”. Non occorre essere fedeli per vedermi. Non occorre che io esista perché possiate sentirmi. Sono qui, perché la sciaguratezza dell’uomo mi ha creato. E adesso ho tanto con cui divertirmi”.

Dicendo così schioccò le dita di fronte al suo volto. Gli inneschi vennero accesi, le micce bruciarono e la mina squarciò la montagna. Di nuovo.

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