Arte dell'Arrangiarsi in Trincea: La Storia della Trench Art
Scopri la straordinaria storia della Trench art e dell'arte dell'arrangiarsi in trincea attraverso il ritrovamento di una tazza artigianale in latta e filo di ferro.
GUERRA IERI E OGGI
Il Viandante Alpino
6/8/20265 min read


Se tenete tra le mani una vecchia scatoletta di latta arrugginita, lavorata con pazienza, ripiegata con cura e dotata di un manico rudimentale ricavato da un pezzo di filo in ferro ritorto, non state semplicemente guardando un rifiuto industriale del secolo scorso rimasto sepolto nel fango del fronte. In quel preciso istante state toccando con mano un autentico miracolo di resilienza psicologica, una testimonianza silenziosa e commovente di quella che gli storici e gli antropologi definiscono l’arte dell'arrangiarsi in trincea.
Stamattina mi è capitato tra le mani un oggetto straordinario che incarna alla perfezione la quintessenza di questa attitudine e che ha ispirato questa mia piccola riflessione storica: si tratta di una tazza artigianale, plasmata dalle mani callose di un soldato italiano durante la Grande Guerra, interamente ricavata svuotando una comune scatoletta di carne in scatola.
Questo eccezionale manufatto non rappresenta un caso isolato e fortuito, ma si inserisce a pieno titolo in un fenomeno culturale, sociale e artistico di proporzioni colossali noto a livello globale con il termine anglosassone di Trench art (l'arte da trincea), una pratica che accomunò i soldati di tutti gli eserciti belligeranti tra il 1914 e il 1918, spingendoli a riutilizzare i detriti metallici e i materiali di scarto che capitavano sotto mano per creare oggetti d'uso quotidiano o piccoli ricordi d’affetto. Sebbene nell'immaginario collettivo degli appassionati di collezionismo militaria e nelle vetrine dei musei, i pezzi più celebri e appariscenti siano i grandi vasi ricavati dai bossoli d’artiglieria in ottone, finemente cesellati con motivi floreali o scritte commemorative, la vera anima di questa straordinaria forma di artigianato spontaneo risiede proprio negli oggetti più poveri e minuti, nati non per sfarzo ma per assoluta necessità, come gli accendini tascabili realizzati unendo i bossoli dei fucili, i tagliacarte affilati ricavati dalle schegge di granata che avevano precedentemente seminato la morte e, appunto, le gavette o le tazze forgiate partendo dalle razioni alimentari destinate alle prime linee.
La vita in trincea dei fanti della linea italiana e dell'intero scacchiere europeo, in particolare sul durissimo fronte montano che spaziava dalle vette impervie dell'Adamello alle pietraie del Carso, era strutturata su un paradosso logorante ed estremo, caratterizzato da lunghissime settimane di noia mortale, isolamento e immobilità, bruscamente interrotte da improvvisi ed efferati minuti di puro terrore durante i bombardamenti dell'artiglieria nemica. In questo contesto di alienazione totale, l’arte dell'arrangiarsi in trincea rispondeva ai bisogni fondamentali dell'essere umano, funzioni vitali che andavano ben oltre il semplice passatempo creativo o l'espressione estetica fine a se stessa. Il primo e più importante motivo risiedeva nella pura e semplice sopravvivenza psicologica del soldato, configurandosi come una vera e propria forma di terapia occupazionale spontanea e autogestita; la mente di un giovane, spesso strappato ai campi e catapultato in un inferno di fango e reticolati, non era biologicamente e psicologicamente strutturata per sopportare la pressione costante della morte imminente e il rimbombo ossessivo delle granate. Concentrare tutte le proprie residue energie mentali e visive sulla creazione di un piccolo oggetto, calcolando con precisione millimetrica i lembi di una latta da ripiegare, intrecciando con pazienza un filo metallico o levigando ossessivamente un bordo tagliente per evitare di ferirsi le labbra durante il pasto, offriva un'ancora di salvezza alla sanità mentale, agendo come un potente scudo contro le nevrosi belliche e lo shell shock (lo shock da bombardamento) che minacciavano di distruggere l'equilibrio psichico delle truppe in prima linea. La necessità aguzza l'ingegno in modi impensabili e, nella rigidità spietata della guerra di posizione, il rifiuto industriale cessava di essere scarto e si trasformava, per mano del soldato, in una risorsa vitale per preservare il corpo e lo spirito.
La seconda ragione storica alla base della diffusione della Trench art era legata alla stringente necessità pratica e alla cronica carenza di comfort materiali che caratterizzava l'oggettistica della prima guerra mondiale prodotta sul campo; i canali di rifornimento logistico ufficiali dei vari eserciti erano frequentemente inefficienti, lenti o completamente interrotti dal tiro dell'artiglieria avversaria o dalle proibitive condizioni meteorologiche invernali. Le razioni alimentari, quando finalmente giungevano a destinazione dopo ore di trasporto a dorso di mulo o a spalle dei soldati lungo camminamenti esposti, arrivavano ormai fredde e rapprese, mentre gli utensili personali in dotazione ordinaria come cucchiai, forchette e gavette si perdevano con disarmante facilità nel fango profondo delle postazioni o durante i caotici ripiegamenti tattici. In una situazione così estrema, perdere la propria gavetta significava rischiare concretamente di non poter consumare la propria misera porzione di rancio o di caffè caldo, trasformando la capacità di riadattare il contenitore metallico del "bue floscio", la famigerata e odiata carne in scatola della fanteria italiana, in una tazza d'emergenza perfettamente funzionante, in un gesto di puro istinto di conservazione e ingegno pragmatico.
Infine, non si può trascurare il profondo e struggente bisogno di lasciare una traccia duratura della propria esistenza attraverso la creazione di un souvenir o di un pegno d'amore; i soldati erano perfettamente consapevoli che ogni singola alba poteva essere l'ultima e che la loro vita era appesa al filo del destino, per cui plasmare un manufatto con le proprie mani significava lanciare un grido silenzioso ma potente che affermava l'esistenza dell'individuo contro l'anonimato della morte di massa, un oggetto prezioso da custodire nello zaino o da spedire a casa tramite la posta militare a madri, mogli e fidanzate come prova tangibile del fatto di essere ancora in vita.
Se analizziamo da vicino l'anatomia di questo eccezionale ritrovamento che ha ispirato questo articolo, ovvero la tazza in latta e filo di ferro, possiamo comprendere a fondo la genialità spontanea e la padronanza tecnica del fante che l'ha realizzata con mezzi di fortuna assoluti; il corpo cilindrico della tazza è costituito da una comune scatoletta di conserve alimentari in lamiera di ferro stagnata, un materiale che una volta svuotato del suo contenuto offriva un foglio metallico estremamente leggero, impermeabile e facilmente modellabile anche solo con l'ausilio di una baionetta, di un coltello o di un sasso. Il manico della tazza, invece, rivela un'audacia e una perizia manuale ancora maggiori, essendo stato quasi certamente recuperato spezzando un tratto dei micidiali reticolati che difendevano la terra di nessuno; durante i lunghi e logoranti turni di guardia notturni o nel corso delle pericolose corvée di manutenzione delle difese avanzate, i soldati recuperavano piccoli spezzoni di filo spinato, ne rimuovevano accuratamente le spine utilizzando le pinze tagliafili in dotazione o semplicemente torcendole fino a spezzarle, e successivamente tessevano e intrecciavano tra loro i fili ferrosi rimasti nudi per ottenere una struttura solida, rigida e perfettamente ergonomica da applicare alla latta. Il risultato finale è un capolavoro di design spontaneo e di ecologia del riciclo ante litteram, sorto in un ambiente dominato esclusivamente dalla distruzione e dalla morte.
Oggi, a distanza di oltre un secolo da quegli eventi drammatici, questi umili reperti della trincea popolano i musei storici e le collezioni private di tutto il mondo, ma mantengono intatta una carica emotiva e narrativa che i grandi monumenti ufficiali non riescono a trasmettere; mentre l'ottone pregiato dei grandi bossoli lavorati a sbalzo veniva frequentemente venduto dai civili e dai recuperanti nel primo dopoguerra per essere fuso e fare cassa in tempi di assoluta miseria, gli oggetti poveri legati alla sussistenza quotidiana, come questa straordinaria tazza, venivano gelosamente conservati all'interno degli zaini dai reduci che tornavano a casa, divenendo cimeli di famiglia intrisi di ricordi inscindibili.
Essa rappresenta il simbolo definitivo e imperituro di come l'essere umano, persino quando si trova intrappolato e schiacciato all'interno dei meccanismi spietati della prima grande guerra industriale della storia, abbia rifiutato categoricamente di trasformarsi in un semplice e passivo ingranaggio sacrificabile, riuscendo a mantenere intatta la propria scintilla interiore di dignità, di creatività e di profonda umanità attraverso l'arte dell'arrangiarsi in trincea.